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17
Apr

Il VIMM ha identificato un nuovo approccio farmacologico per fermare il COVID-19

 

Il professor Andrea Alimonti

Il gruppo guidato da Andrea Alimonti presso il VIMM, professore ordinario di farmacologia dell’Università di Padova, afferente al Dipartimento di Medicina, non si occupa di malattie infettive come il Covid-19, ma studia il tumore della prostata ed ha fondato presso il VIMM, un centro traslazione di ricerca sul tumore alla prostata. L’esperienza sui tumori alla prostata, esperienza molto forte al VIMM, lo ha portato a sviluppare un’ipotesi promettente per la lotta al Sars -CoV-2. «Qualche settimana fa abbiamo letto che una delle proteine utilizzate dal coronavirus per infettare le cellule è l’enzima TMPRSS2», racconta il Prof. Alimonti. «Questo stesso enzima è studiato come marcatore tipico del tumore alla prostata. E gli inibitori specifici sono utilizzati nella terapia oncologica».

L’esperienza nella ricerca nella terapia per il tumore alla prostata consolidata in diversi centri di eccellenza quali New York, Boston, Bellinzona e l’Università di Padova, è risultata fondamentale per ideare una nuova strategia terapeutica contro il Covid-19. L’ipotesi è stata sviluppata con il Prof. Pagano, presidente della Fondazione di Ricerca Biomedica Avanzata e dalla prof.ssa Monica Montopoli, ricercatrice VIMM e collaboratrice del prof. Alimonti. «Dato che la proteina TMPRSS2 è regolata dall’ormone testosterone, oggi il la terapia farmacologica per il tumore alla prostata vede da un lato la riduzione dei livelli di testosterone plasmatico e dall’altro l’inibizione dell’attività dell’enzima TMPRSS2 nelle cellule con farmaci chiamati appunto ‘inibitori’», spiega il Prof. Alimonti. «Alla luce delle evidenze che questa terapia è in grado di fermare lo sviluppo del tumore alla prostata, potrebbe rivelarsi efficace anche contro l’infezione da Sars-CoC-2». Un ulteriore dato epidemiologico conferma il ruolo importante dell’enzima TMPRSS2 nel Covid-19. «Dato che il testosterone (un ormone maschile) ne stimola l’attività, l’enzima è più abbondante negli uomini che nelle donne. Questo potrebbe spiegare come mai il tasso di letalità tra gli uomini è doppio rispetto a quello che si misura tra le donne».

L’Istituto Veneto di Medicina Molecolare (VIMM) sta verificando, in una collaborazione tra la regione Veneto e l’Università di Padova, la percentuale di malati di tumore alla prostata tra i malati Covid-19. I risultati si stanno dimostrando molto interessanti e a breve verranno pubblicati.

Il Professor Francesco Pagano

Per applicare la strategia antitumorale anche nella lotta al virus, i ricercatori del VIMM hanno unito le forze con quelle dell’Università di Padova e con il Dipartimento di Medicina, in stretta collaborazione con il direttore, il Prof. Roberto Vettor. Partecipa al progetto anche la Prof.ssa Sara Richter, virologa e microbiologa del Dipartimento di Medicina Molecolare dell’ateneo patavino. Sarebbe un’ottima notizia se gli studi dovessero confermare le premesse, anche perché gli inibitori dell’enzima TMPRSS2 sono diversi, racconta ancora Alimonti: «C’è il camostat, un farmaco attualmente disponibile solo in Giappone. Ma in Italia abbiamo la bromexina, un farmaco molto comune utilizzato contro la tosse. Costa pochi euro in farmacia ed è largamente disponibile».

C’è un modo più diretto, però, per capire se i ricercatori sono sulla strada giusta. «Se davvero l’inibitore dell’enzima blocca il coronavirus, dovremmo verificarlo studiando le persone che si sono ammalate: chi è in cura per il tumore alla prostata dovrebbe risultare più protetto dal coronavirus».

Alimonti non anticipa niente, perché i risultati definitivi sono attesi a giorni e il ricercatore spera di pubblicare presto dati incoraggianti. Ma è evidente che c’è molta fiducia. «Abbiamo avuto indizi promettenti dai colleghi di Wuhan, con cui ci confrontiamo. Supportano le nostre ipotesi in quanto riferiscono di aver visto, tra i malati di Covid-19, pochi pazienti affetti anche da tumore alla prostata. Eppure, i malati di tumore, essendo immunosoppressi, si dovrebbero ammalare più facilmente. Ma è un dato che va verificato su base statistica e i dati del Veneto potrebbe fornire informazioni molto più solide».

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