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07
Lug

Risonanza magnetica funzionale per misurare la connettività cerebrale dopo un ictus: lo studio del gruppo Corbetta

La prestigiosa rivista scientifica “Brain” ha pubblicato i risultati di una ricerca sulla predizione dei deficit neurologici dopo un ictus attraverso la risonanza magnetica

 

Predizione dei deficit neurologici

La risonanza magnetica funzionale è lo strumento con cui si studia e si misura la connettività cerebrale. Come aree del cervello, anche lontane fra loro, siano in continua comunicazione. I danni prodotti da un ictus vanno ad alterare questa connettività cerebrale e l’obiettivo di molti ricercatori in tutto il mondo è quello di poter predire i deficit neurologi dei pazienti. Negli ultimi anni sono stati pubblicati da gruppi di ricerca internazionali degli studi che miravano alla predizione di deficit neurologici dopo un ictus attraverso lo studio della connettività. Tutto ciò, senza l’impiego della risonanza magnetica funzionale.

La ricerca

La ricerca appena pubblicata da Alessandro Salvalaggio, un neurologo dottorando del Padova Neuroscience Center (che ha sede al VIMM), ha dimostrato invece come la risonanza magnetica funzionale sia uno strumento imprescindibile per la misurazione della connettività cerebrale dopo un ictus.

predizione dei deficit neurologici

Il Professor Corbetta

Nello stesso studio i ricercatori hanno anche dimostrato che la stima indiretta delle alterazioni della connettività strutturale (ovvero delle fibre che collegano tra loro i neuroni) è in grado di aggiungere informazioni anatomiche su quello che accade al cervello dopo un ictus.

Spiega il professor Maurizio Corbetta (Principal Investigator del VIMM): «Un ictus è un danno ad una specifica area del cervello. I sintomi neurologici e cognitivi che ne derivano dipendono non solo da dove avviene questo danno e da quanto grande, ma anche da come le varie aree del cervello sono connesse (strutturalmente o funzionalmente) fra loro. Questo studio fornisce quindi nuove informazioni su quali strumenti siano adatti per la prognosi dell’ictus». Lo studio è frutto di una collaborazione fra il gruppo di Maurizio Corbetta, Marco Zorzi, Professore di Psicologia Generale all’Università di Padova, e Michel Thiebaut del Schotten, leader del gruppo di neuroimaging funzionale del CNRS dell’Università di Bordeaux.

 

LEGGI QUI LA RICERCA SULLA RIVISTA ‘BRAIN’

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